All'inizio di ottobre in rete si è parlato molto della decisione dei Radiohead di sganciarsi dalle etichette e di permettere ai fan di scaricare l'album nuovo direttamente dal sito, versando una cifra decisa dagli utenti stessi. Non è il primo caso, ma probabilmente è quello più discusso. A distanza di un mese, una società che compie statistiche su due milioni di utenti rende note le prime cifre: 1,2 milioni di utenti hanno scaricato il brano online, pagandolo mediamente 2,93 sterline. Non tutti hanno però pagato per scaricare la musica, ma solo 2 utenti su 5. In un recente articolo, il Corriere ha decretato il fallimento dell'iniziativa, mentre le opinioni in rete, nonché quelle espresse dalla società che ha effettuato la ricerca, sono discordanti e sostanzialmente in controtendenza (un utile panoramica qui). Ora i dati forniti sono già stati smentiti dai Radiohead stessi, che negano che oltre il 60% degli utenti non abbia versato nulla per scaricare l'album e si rifiutano di fornire dati ufficiali.
Nelle considerazioni relative al modello, in molti casi si cerca di applicare i vecchi parametri di valutazione a fenomeni nuovi, che ne richiederebbero la riformulazione. Occorre non riferirsi solamente agli introiti ma anche ad altri parametri, quali il ritorno di immagine e il buzz generato, e considerare quanto si sarebbe dovuto spendere in agenzie di PR e promozione per ottenere lo stesso risultato. Occorre considerare anche la mole di informazioni che la band ha ottenuto, dal momento che chi ha scaricato l'album ha dovuto fornire una discreta quantità di dati personali. Il database ottenuto dalla band, dunque, contiene informazioni su circa 1,2 milioni di persone, per cui non hanno dovuto sostenere alcuna spesa.
Aldilà delle considerazioni puramente economiche, è interessante vedere le implicazioni e gli effetti a lungo termine della diffusione di un simile modello di business. Stefano Epifani sostiene che “l'esperimento dei Radiohead vada visto come tale, e di conseguenza da contestualizzare rispetto ad un mercato che a queste iniziative - ed a questi modelli di business - non è (ancora) avvezzo.” Antonio Sofi aggiunge un utile tassello al mosaico:” Un approccio, quello dei Radiohead, che attiva un meccanismo win-win (tipico del micropagamento). Che soddisfa chi vende (che in questo caso può farlo direttamente e senza intermediari, e non ha particolari costi fissi trattandosi di oggetti digitali). E soddisfa chi compra - che può acquistare ad un prezzo che lui stesso stabilisce come equo e giusto.”. Una vendita sostanzialmente basata su un patto fiduciario, che vede l'utente pagare a seconda di quanto ritiene valido il prodotto.
Importante l'opinione del giornalista Luca De Biase: “Se il comportamento si generalizza, abbiamo anche conseguenze di sistema. In primo luogo, le etichette rischiano di venir saltate sempre più spesso. In secondo luogo, la stessa iTunes ne viene ridimensionata, ma probabilmente solo nel breve termine. Nel lungo termine, anche queste soluzioni a prezzo variabile potrebbero trovare spazio su iTunes. Perché comunque, il problema centrale dei gruppi e dei musicisti sarà sempre quello di farsi conoscere e far sapere che le loro opere sono uscite. Questo avverrà sempre più sui network sociali, ma anche i siti grandi e i servizi generalisti affermati che fanno da punto di riferimento informativo avranno molta importanza.”
Ma né i Radiohead né i loro fan si accontentano del digitale. Sul sito internet è infatti possibile acquistare un cofanetto deluxe del nuovo album, che comprende due cd, due vinili, booklet e gadget vari, un prodotto destinato soprattutto ai collezionisti, mentre dalla fine di dicembre il loro disco sarà venduto attraverso i canali tradizionali. Così, il web non è solo un canale che cannibalizza o sostituisce alti canali, ma diventa uno strumento efficace per ampliare il mercato, per coinvolgere la fascia che fino ad ora è stata costretta a scegliere tra il prezzo del cd e la gratuità del peer to peer.
Ci troviamo dunque di fronte ad un potente modello che potrebbe affossare le major e dare vitalità al mercato della musica, facendo emergere le band più meritevoli, ma anche riuscendo ad ampliare l'offerta e a dare la possibilità alle band di nicchia di emergere, eliminando molti dei costi di produzione e distribuzione. La disintermediazione è effettivamente in grado di cambiare i rapporti di forza del settore discografico. Se questo sistema dovesse prendere piede e diffondersi, molte etichette sarebbero costrette a chiudere i battenti. Ma se osserviamo bene ciò che sta succedendo, è possibile individuare anche modelli di business paralleli ("gli intermediari spariscono? No, si reinterpretano") Replenish New Media, ad esempio, è una società specializzata nella gestione dei siti web degli artisti. Per fare un altro esempio, la presenza simultanea in diversi social network (Myspace, Facebook ecc) potrebbe richiedere figure professionali in grado di gestire l'immagine coordinata in rete. Il settore è in piena fase evolutiva e ciò che sta accadendo è semplicemente un adattamento delle sue diverse parti alla dinamicità del web.
UPDATE: un'utile analisi, in attesa dei dati ufficiali, è stata fornita da Alessio Jacona.
Fonti: 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7, 8, 9, 10, 11, 12, 13, 14, 15, 16, 17, 18, 19.
sabato 10 novembre 2007
Radiohead e user generated price
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La risposta dal basso
Myspace è un sito di social network fondato nell'agosto del 2003 che offre uno spazio interattivo e personalizzabile in cui inserire contenuti personali, che vanno dal profilo, ai blog, ai file musicali. E' attualmente il sito più visitato degli Stati Uniti. Il 7 settembre 2007 contava più di 200 milioni di account. La registrazione è gratuita, il sito guadagna con i banner pubblicitari posti all'interno delle pagine.
Il profilo per i musicisti è diverso dai profili normali. Gli artisti possono inserire fino a 4 brani musicali in formato MP3, a patto che ne posseggano i diritti. Con questo sistema, le band meno conosciute hanno a disposizione un potente mezzo di autopromozione. Il progetto di vendita di musica online, annunciato nell'estate del 2006 e previsto per il 2007, sembra non essere ancora attivo. In ogni caso, il progetto legato alla vendita è qualcosa di diverso rispetto ad altri negozi di musica online. Myspace intende infatti dare agli oltre tre milioni di gruppi musicali, perlopiù formati da giovani e adolescenti che hanno un proprio spazio web all'interno della sezione "Music" del portale di Rupert Murdoch, la possibilità di commercializzare la propria musica in formato mp3 non protetto.
La novità di Myspace è sostanzialmente la creazione di un sistema totalmente basato sul social network, che mette in contatto direttamente gli artisti con gli utenti, senza sistemi di intermediazione. E' un potente sistema di promozione “dal basso”, che ha permesso a band sconosciute l'accesso al mercato con pochissimi mezzi e budget.
Fonti: 1, 2, 3; mi hanno permesso di farmi un'idea del fenomeno: 1, 2, 3, 4, 5
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La risposta dall'alto
iTunes è il nome di un'applicazione sviluppata da Apple per organizzare e riprodurre file multimediali, presentata il 10 gennaio 2001 al Macworld Expo di San Francisco.
La vera novità legata a questa iniziativa non è il player in sé, ma la creazione del iTunes store, un negozio online che vende file multimediali riproducibili su iTunes, aperto il 28 aprile 2003 con il nome di iTunes Music Store. Al prezzo di 0.99 $ si può acquistare una canzone da un catalogo di oltre 6 milioni di brani. Dopo aver effettuato il pagamento, si può trasferire facilmente la canzone su un iPod attraverso iTunes. Oltre ai brani digitali, è possibile acquistare anche video, giochi e audiobooks. Nelle sue prime 18 ore di vita, il negozio online ha venduto 275.000 brani, più di un milione nei primi cinque giorni. Gli ultimi dati sulle vendite, annunciati il 31 luglio 2007, parlano di 3 miliardi di canzoni vendute.
Si parla ancora di artisti legati alle etichette, cui affidano la loro musica e la loro promozione. Ma iTunes store è riuscito a sfruttare da una parte la diffusione di internet, dall'altra l'assenza di vincoli fisici dello stoccaggio (la fortuna di Amazon). Ma il suo sistema di vendita, singoli brani anziché interi cd, gli ha permesso da un lato di incontrare il favore del pubblico (download di prodotti digitali) e dall'altra il suo portafoglio (distribuzione a basso costo).
Fonti: 1, 2
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Nuovi modelli di business: settore discografico
Le copie illegali di dischi non sono di certo un fenomeno recente. Ricordo ancora quand'ero bambina e mentre ero in spiaggia i venditori ambulanti cercavano di rifilare ai miei genitori le musicassette pirata dei dischi più venduti. La possibilità di digitalizzare i brani musicali, e dunque di caricarli sul pc, ha contribuito però ad affiancare a questo canale “tradizionale” lo scambio di file attraverso il cosiddetto peer to peer, uno scambio che avviene non da un unico centro verso i nodi della rete, ma tra nodi della rete equivalenti (peer, appunto). In pratica, non esiste un computer unico che distribuisce le informazioni, i brani vengono scaricati direttamente dal computer di un'altra persona. Il sito più famoso (ora chiuso) è stato probabilmente Napster. La diffusione di internet e l'aumentata velocità di connessione hanno contribuito a diffondere questo tipo di scambi. Si è cercato di contrastare questo fenomeno attraverso diverse soluzioni: io ne riporto tre, molto diverse tra loro, una risposta dall'alto, una dal basso e un fenomeno nuovo, introdotto circa un mese fa dai Radiohead.
I prossimi post nascono dagli spunti forniti da Gluca, Koolinus, Mucio e Bru, che ringrazio in anticipo
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martedì 6 novembre 2007
Web 2.0: una definizione/1
Se cerchiamo il termine su Wikipedia, la più famosa enciclopedia online fatta dagli utenti, scopriremo che web 2.0 si riferisce a una percepita seconda generazione di comunità e servizi basati sulla rete (come i siti di social networking, i wiki e le folksonomies) il cui scopo è facilitare la collaborazione e la condivisione tra gli utenti. Per coglierne meglio il significato però mi riferirò a chi questa definizione l'ha coniata, Tim O'Reilly.
Tim O'Reilly è il fondatore della O'Reilly Media e un fervido sostenitore del software libero e dei movimenti a favore dell'open source. Il concetto di "Web 2.0" nacque ad una conferenza tra O'Reilly e MediaLive International. Dale Dougherty, pioniere del web e Vice-Presidente di O'Reilly Media, evidenziò come l'esplosione bolla speculativa legata alle dotcom non avesse coinvolto tutte le aziende e che, soprattutto, quelle sopravvissute ad essa avevano una caratteristica in comune: utilizzare il web come un potente mezzo per far emergere l'intelligenza collettiva. Dunque, l'ipotesi era che il collasso delle dotcom aveva portato il web ad evolversi in modo imprevisto, segnando in qualche modo una svolta nel suo utilizzo da parte degli utenti.
Ma cosa si intende per intelligenza collettiva e come è utilizzato il web per farla emergere?
L'intelligenza collettiva è un particolare funzionamento dell'intelligenza risultante dalla collaborazione e dalla competizione tra più individui. E' la dimostrazione che uno più uno fa più di due. Prendiamo ad esempio Wikipedia, la più famosa enciclopedia online del mondo. Le sue voci sono create dagli utenti, e sono sempre gli utenti a modificarle o aggiornarle. Wikipedia è un esperimento originale, che consente di unire le conoscenze di ognuno per generare un unico grande bacino di informazioni consultabile da chiunque.
Fonti: 1, 2, 3
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mercoledì 24 ottobre 2007
Introduzione al 2.0
Tempo fa girava in rete un meme. La domanda era: cos'è per te 1.0 e cos'è 2.0. Generalmente, gli utenti associano un oggetto o un'applicazione a 1.0 quando è statico, vecchio, poco interattivo e poco socializzante (radio vs last.fm, tv vs webtv). Fin qui niente di strano. Ma se poi andiamo a vedere che succede proseguendo con il gioco scopriamo che 1.0 è associato a qualcosa di vecchio (obsoleto) oppure tradizionale (videoregistratore vs lettore dvd, sci vs snowboard, piatto tondo vs quadrato). Il 2.0 è cool, non importa cosa sia in realtà, agli abitanti della rete spesso non importa quali sono i paletti che delimitano i due mondi.
Così il 2.0 diventa un feticcio, un etichetta da appiccicare a qualcosa di nuovo. Un esempio da ricordare sono le critiche ricevute dal Corriere che secondo alcuni si è definito 2.0 senza in realtà averne le caratteristiche. Il problema dunque è che tendiamo a definire tutto 2.0, senza badare troppo a quello che significa.
Ho provato a usare qualcosa di 2.0 come il blog per chiedere ad altri utenti cosa significa per loro questa espressione. Si è posto l'accento sul contenuto generato dagli utenti, che vede i fruitori dell'informazione diventare soggetti attivi nella produzione e nella diffusione, per poi definirlo attraverso quattro parole chiave: condivisione, collaborazione, partecipazione e personalizzazione, aggiungendo il fattore chiave della semplificazione delle interfacce. In tutte le proposte, la tecnologia ha un ruolo tutto sommato marginale, un facilitatore del cambiamento più che l'oggetto stesso della rivoluzione. L'accento è stato spesso posto sul fattore sociale. I miei commentatori non hanno tutti i torti, direi, ricondurre il 2.0 alla sola tecnologia potrebbe portarci a voler distinguere i servizi attraverso cavilli sempre più piccoli, fino a farci perdere l'evoluzione in atto. Il web 2.0 diventa dunque fenomeno più ampio, che prevede un'evoluzione sociale dei comportamenti e degli atteggiamenti. Non si parla più di applicazioni 2.0, si parla di un atteggiamento 2.0 che implica un nuovo rapporto con l'ascoltatore, un trattamento da pari, una voglia di confronto e di conversare, per migliorarsi a vicenda. Una soluzione per fare in modo che il risultato sia qualcosa di più ampio della somma delle parti.
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Etichette: web 2.0
venerdì 5 ottobre 2007
Bibliografia
In questo elenco aggiungerò mano a mano i libri che mi sembrano i più adatti:
Sul web:
La parte abitata della rete, Sergio Maistrello
Blog generation, Giuseppe Granieri
La coda lunga, Chris Anderson
Link, Barabasi
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